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Lei e lui non si erano mai
incontrati davvero.
Non avevano mai preso
un caffè insieme,
mai camminato
sotto la pioggia,
mai litigato
per qualcosa di reale.
Eppure lui conosceva
il suo modo di ridere.
Lo aveva imparato dai vocali.
Conosceva il silenzio di lei
prima di rispondere
a una domanda difficile.
Lo aveva imparato dai tre puntini
che comparivano e sparivano
sullo schermo.
Il loro amore viveva lì:
in una piccola finestra luminosa
tenuta stretta tra le mani.
Si scrivevano ogni sera.
“Sei arrivato?”
“Come è andata?”
“Hai mangiato?”
Domande semplici.
Ma in quelle domande
c’era una forma nuova di cura.
Una sera lei non rispose.
Passò un’ora.
Poi una notte intera.
Lui controllò il telefono
come se fosse un apparecchio medico
collegato al battito di qualcosa.
Nessun messaggio.
Nessuna notifica.
Solo l’ultima frase di lei:
“Domani ti devo dire
una cosa importante.”
Passarono giorni.
Poi settimane.
Lui cercò il suo profilo.
Sparito.
Cercò le fotografie.
Sparite.
Cercò quella voce
che conosceva meglio
di molte persone incontrate
nella vita.
Niente.
Un mese dopo
ricevette una mail.
Nessun saluto.
Solo un file allegato.
Un messaggio vocale.
La sua voce.
“Se stai ascoltando questo,
significa che ho trovato il coraggio.”
Lui rimase immobile.
“Non sono sparita perché
non provavo niente.
Sono sparita perché mi sono accorta
che stavo diventando più vera
dentro uno schermo che fuori.”
Pausa.
“Tu sei stato gentile con me.
Forse troppo.
Mi hai conosciuta in un posto
dove potevo scegliere
solo cosa mostrarti.”
Lui ascoltò fino alla fine.
Poi arrivò l’ultima frase:
“Ti ho voluto bene davvero.
Ma non so se due persone
possono amarsi se abitano
soltanto nelle notifiche.”
Lui spense il telefono.
Per la prima volta dopo mesi
uscì senza guardare lo schermo.
Camminò per la città.
Vide persone sconosciute,
facce imperfette,
occhi che non avevano filtri.
E capì una cosa strana:
non aveva perso una persona.
Aveva perso un luogo.
Un piccolo universo digitale
dove due solitudini
si erano incontrate
abbastanza a lungo
da sembrare una casa.